Taglio alle pensioni d’oro: perché è potenzialmente dannoso

Le ultime novità sul contributo di solidarietà sulle pensioni "d'oro" con l'analisi di Ambrogioni e Polillo.

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Il taglio delle cosiddette “pensioni d’oro” è da sempre uno dei cavalli di battaglia del Movimento Cinque Stelle. I pentastellati hanno colto l’occasione di inserire la misura all’interno del maxi emendamento alla legge di Bilancio 2019 nel passaggio al Senato. Ma è davvero utile il contributo di solidarietà imposto ai trattamenti superiori ai centomila euro lordi anni? Secondo Giorgio Ambrogioni, presidente Cida, “Lo Stato incasserà molto meno di quanto stimato”.

“Poiché l’arroganza spesso si accompagna con l’ignoranza, chi ha scritto l’emendamento in questione, probabilmente non si è preoccupato di calcolarne gli effetti fiscali”, ha  dichiarato Ambrogioni in un comunicato. “Ovvero, se con questo prelievo si riduce il reddito imponibile, anche il relativo gettito subirà una decurtazione. Quindi, alla fine, lo Stato incasserà molto meno di quanto stimato. Secondo uno studio pubblicato sul ‘laVoce.info’, l’aliquota marginale d’imposta dell’Irpef su queste pensioni è del 43%: il contributo di solidarietà andrebbe ad erodere base imponibile all’imposta personale proprio in proporzione a quell’aliquota e questo incide sulle entrate nette. Così l’effetto finale di questa palese dimostrazione di incompetenza sia economica, sia legislativa è che si incassa il contributo, ma si riduce il gettito Irpef”, ha concluso il presidente Cida.

Il taglio alle pensioni d’oro nell’analisi di Gianfranco Polillo

Gianfranco Polillo, esperto di economia ed ex Sottosegretario al Ministero dell’Economia e delle Finanze ritiene il contributo di solidarietà stabilito dal Governo “un altro piccolo smottamento dello stato di diritto della nostra tradizione giuridica, dalle conseguenze “imprevedibili”. “Da un punto di vista finanziario è come se un qualsiasi risparmiatore avesse sottoscritto un buono del tesoro trentennale, per sentirsi dire alla scadenza che il capitale non sarebbe stato rimborsato. Perché il versamento iniziale, a distanza di tempo, non viene riconosciuto. Nell’ordinamento costituzionale italiano tutto ciò fa parte dei parametri su cui è costruito il “principio di affidamento”. Che vale per i cittadini italiani, ma anche per gli investitori esteri.”, ha affermato Polillo su “le formiche .net”.

“Sostanzialmente sconfitto in Europa (riduzione del deficit ipotizzato e tasso di crescita dell’economia più contenuto) Luigi Di Maio si è vendicato a danno di una fascia più che ristretta di pensionati italiani. Si tratta, secondo la Relazione tecnica, di 24.287 persone che, sotto l’albero di Natale, troveranno una decurtazione della loro pensione. Con aliquote marginali crescenti che, sommate al prelievo fiscale ordinario, porteranno il totale complessivo fino all’87,23 (pensionato residente a Roma) del proprio reddito”, ha chiarito.

Polillo ha proseguito:”La giustificazione data è la presunta mancata corresponsione dei contributi sociali. Dato assolutamente falso nell’aritmetica previdenziale. Nel caso delle pensioni di vecchiaia – che sono ben diverse da quelle di anzianità – la loro base è data dall’entità dei contributi versati e dalla lunghezza del periodo di contribuzione. Nel vecchio sistema – quello retributivo – i singoli contributi prevedevano una rivalutazione annua che partiva da un massimo del 2 per cento e diminuiva progressivamente con il crescere dell’importo versato, fino a dimezzarsi per i redditi annui superiori a 75 mila euro. Al fine di garantire il rispetto del principio di solidarietà tra i lavoratori”.

“Calcoli successivi hanno mostrato come lo squilibrio tra quanto versato e quanto ricevuto, sotto forma di pensione, sia massimo per le rendite che oscillano intorno ai 2.000 euro mensili. Mentre per quelle superiori a 6 mila euro si abbia una sostanziale equivalenza. Ne deriva, pertanto, che se anche alle vecchie “pensioni di vecchia” più consistenti, si fossero, oggi, applicati i nuovi criteri del “contributivo” i relativi importi sarebbero equivalenti, se non superiori. In questo secondo caso, infatti, i relativi rendimenti annuali sarebbero uniformi. Si arriva così al paradosso che le vere pensioni “privilegiate” non sarebbero le vecchie pensioni, bensì quelle nuove. Per cui sarebbe conveniente per ciascun pensionato “paperone”, secondo la vulgata grillina, chiedere ed ottenere il “ricalcolo”. Se questo fosse consentito, cosa invece esclusa, dalla norma”, ha precisato l’ex sottosegretario.

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